Respira, è solo un documentario Netflix!

Ultimamente, forse in ritardo rispetto ai più, ho recuperato alcuni documentari che non avevo ancora guardato, proprio su Netflix, piattaforma che, accostata ad altre, di base utilizzo molto. Premetto che, dati alla mano, secondo JustWatch (se non lo conoscete è il motore di ricerca di streaming legali sul web) nel terzo trimestre 2020 Netflix era il leader con il 32% dell’intera quota di mercato, seguito da Prime Video (27%) e Disney Plus (12%). Questo pone una premessa con la quale vorrei venisse letto il seguente articolo: Netflix è al momento la piattaforma maggiormente utilizzata e per questo in grado di informare e influenzare la maggior parte del suo pubblico con i suoi contenuti.

Tra le proposte più gettonate:

  1. Seaspiracy: Esiste la pesca sostenibile?
  2. The social dilemma
  3. Rotten

Quello che hanno in comune è il loro essere documentari investigativi su alcune delle problematiche considerate molto “calde” oggigiorno.

Partiamo da Seaspiracy, diretto dal britannico Ali Tabrizi, un regista potremmo dire attivista che è già stato dietro la telecamera in documentari come Vegan, del 2018. Il documentario, come si può evincere già dalla copertina e dal titolo, affronta il tema della pesca in mare, facendosi guidare dalla domanda che appare anche come sottotitolo “Esiste la pesca sostenibile?”.

Leggendo un po’ di pensieri condivisi da vari giornalisti sul web ho potuto trovare degli articoli interessanti che sviscerano in primis l’argomento trattato e la veridicità delle fonti citate (QUI) e in secondo luogo la modalità narrativa con la quale il documentario è stato girato, proprio in termini di conduzione della narrazione e intenzioni nei confronti dello spettatore (QUI). Ed è proprio in questo spiraglio che vorrei inserire una considerazione, sulla base della visione che ho avuto e dei pensieri che sono seguiti poco dopo. Guardare Seaspiracy crea nello spettatore una violenta botta di adrenalina perché le immagini che vengono mostrate risultano di forte impatto. Per 90 minuti circa, infatti, a livello visivo lo spettatore viene letteralmente investito da dati e grafici, accostati ad un viaggio dell’eroe (in questo caso quello del protagonista-regista), che concorrono a sviluppare una polarizzazione bene-male, buoni-cattivi veramente estrema.

Lo spettatore, traghettato, subisce perciò dapprima una pressione di informazioni, che di sicuro non può immediatamente né verificare né assimilare, decidendo poi, solo per un momento, di credere alla narrazione servitagli e di sposare la causa presentatagli come dato di fatto. Con questo non affermerei che ciò che il documentario rappresenta, le intenzioni e la realtà nei mari, non siano criticità reali ma mettendomi al fianco dello spettatore, dal più disinformato al più ferrato sulla materia, qualcosa stride. Continuerò questo discorso più avanti, intanto procedo con le altre due serie.

2. The social dilemma di Jeff Orlowski affronta alcuni dei problemi più significativi provocati dall’utilizzo dei social network e dei motori di ricerca: la quantità di tempo che spesso si viene invogliati a trascorrere online e, in particolare, gli effetti collaterali che alcune scelte delle aziende Siliconvalliane hanno riportato principalmente sulla fascia più giovane della popolazione mondiale. Chi parla nel documentario è stato parte del sistema, ci ha lavorato ai piani alti o ai piani operativi e non ne condanna il senso generale. Vengono, anzi, illustrate con un carattere abbastanza informativo alcune modalità di funzionamento di cui siamo tutti a conoscenza ormai da alcuni anni. Nessuna notizia “bomba” quindi, ma un tentativo di guardare la questione da punti di vista interni e laterali e soprattutto con un accenno finale al sogno di qualcosa di diverso, di social più etici, di sistemi che abbiano a cuore la salvaguardia psicologica e vitale degli utenti. Anche in questo caso si viene colpiti dalla narrazione ma ci si sente sicuramente meno in pugno al regista, meno bambini dietro al pifferaio magico.

3. Rotten è una docu-serie che si sviluppa in sei episodi per due stagioni, ciascuno votato ad un alimento e alle controversie legate alla sua produzione e distribuzione. Con un taglio anche storico rispetto alle cause politiche e sociali che hanno portato alla situazione attuale, le puntate raccontano le vicende degli alimenti, assumendo spesso il punto di vista di piccoli e medi produttori. I settori analizzati, non globalmente ma rispetto a determinati casi studio e territori, sono:

Stagione 1: Miele – Arachidi – Aglio – Pollo – Latte – Merluzzo

Stagione 2: Avocado – Vino – Acqua – Zucchero – Cioccolato – Alimenti psichedelici

É apprezzabile senza dubbio la lunghezza della serie e il fatto di aver dedicato tra i 50 e i 60 minuti ad un solo argomento. In particolare, anche se lungo le due stagioni spesso il male più grande sia comunque identificabile nelle grandi aziende, nei prezzi che devono spesso sottostare al dominio dei grandi supermercati e alle pratiche fraudolente di sistemi globali non del tutto trasparenti, ciò che appare evidente in molte puntate è la fatica dei produttori a rimanere sul mercato e a sopravvivere in un mondo alimentare sempre più globalizzato. Oggi la richiesta di un determinato alimento può riguardare l’intera popolazione mondiale e questo provoca la pratica delle coltivazioni intensive, la creazione di guerre e cartelli e altre numerose conseguenze. Le puntate mostrano come spesso, prodotti da sempre caratteristici di una data regione debbano oggi competere nei supermercati con quelli di regioni dall’altra parte del mondo. Tutto questo crea crisi, difficoltà, veri e propri scontri e spesso insoddisfazioni verso i rispettivi governi.

La considerazione generale su questo sistema di informazione padroneggiato e promosso da una piattaforma come Netflix non punta i piedi solo sul fatto che le nostre possibilità di scelta siano estremamente canalizzate all’interno dell’offerta che, scientemente ogni mese pagando la tariffa da abbonati, abbiamo deciso di abbracciare. Quante volte vi sarà capitato a cena di ritrovarvi a citare documentari, film e serie che praticamente tutti intorno a voi avevano visto sentendosi all’improvviso inseriti dentro ad una bolla informativa quasi paurosa? A me molte. Detto questo e non demonizzando niente e nessuno, quello che mi preme è rassicurare lo spettatore che dopo ciascuno di questi o di altri documentari simili, dalle vesti militanti, si sia sentito contemporaneamente: esaltato (dalla falsa sensazione di avere finalmente in mano informazioni preziose per discernere il mondo), impotente (di fronte all’imminente disastro profetizzato), deciso all’azione (prendere in mano la propria vita, fare scelte attive e drastiche, perché è solo questo che vieni spinto a fare) e infine scoraggiato, perché come il docu-film che hai appena visto ce ne sono altri cento che non hai guardato e altri milioni di problemi che saresti chiamato a risolvere, se non fosse che non sei abbastanza informato in merito.

Dato che questo è avvenuto anche a me, nel finire di guardare questi contributi, porto una riflessione sedimentata in queste settimane post-visione. Ciò che questi documentari fanno e a cui Netflix forse crede di poter muovere è una falsa consapevolezza di come funzionino davvero certi meccanismi, illudendo lo spettatore di poter prendere decisioni esattamente nel momento in cui finiranno quei 60-90 minuti di puro delirio informativo e ignorando completamente che le scelte e i cambiamenti fanno parte di processi, non per forza volti in direzioni poco precise, ma di sicuro più diluiti nel tempo. Una persona potrebbe impiegare settimane, mesi e addirittura anni ad analizzare un problema, ponendosi differenti domande, confrontandosi con chi gli è vicino, testando su di sé (in base a stile di vita, scelte valoriali, condizione economica, condizione culturale e tutte le altre infinite piccole sfumature che definiscono ciascuno) se e come quel cambiamento può essere sposato a livello profondo nella sua vita. Quello che invece spesso la divulgazione sembra voler attivare è un cambiamento momentaneo, che fa sentire pronti, attivi e responsabili in quel lasso di tempo, (e magari perché no, disposti a spendere) fino a quando non si guarderà il prossimo documentario pronto a richiamarci alle armi altrove.

Il processo di attivazione di un cambiamento nei consumi, di scelta profonda, di analisi dell’ambiente intorno a noi (banalmente testare 15 tipi di yogurt prima di scoprire da etichette, sapore, imballaggio, provenienza… quale si sposi meglio al nostro stile di vita, al nostro bisogno nutrizionale e al nostro credo) è lungo, talvolta altalenante, talvolta fallimentare. Molto spesso non sono i cambiamenti drastici a problemi complessi ad essere risolutivi, bensì cambiamenti trasversali, graduali e innovativi.

Ci sono delle linee guida forti che indirizzano le nostre azioni e per cambiarle a fondo non si può lavorare solo sulla superficie, non si potrà risolvere il problema dei mari non mangiando più pesce nè quello dei social cancellando le app, nè quello degli avocado smettendo di comprarli. Come sempre e come dicevano già i latini, in particolare Orazio, Est modus in rebus e cioè esiste una misura nelle cose, un metodo per affrontarle e farle proprie con soluzioni misurate ma efficaci.

Personalmente, ho provato a muovermi facendo qualche ricerca: dopo Seaspiracy ho cercato e trovato un sito che spedisce prodotti freschi pescati in Francia assicurandone la pesca da parte di piccoli pescatori con piccole imbarcazioni. Dopo Rotten, ho trovato una collaborazione stipulata tra il GAS (Gruppo Acquisto Solidale) francese e un’associazione siciliana per la produzione etica di avocado in Sicilia. Dopo The social dilemma ho iniziato a leggere La salvezza del bello di Byung-Chul Han, che riflette molto su come la nostra concezione della bellezza sia cambiata, dall’utilizzo dei social, dei supporti tecnologici fino alle opere d’arte contemporanee; consiglio anche la lettura di La società della performance edito da Tlon.

Nell’attesa che ai livelli alti le decisioni incisive vengano prese davvero, il rischio è che tutto ricada sul singolo, che purtroppo deve fare scelte molto più costose per potersi assicurare un vantaggio etico. Qualche anno fa uscì un articolo su Internazionale che titolava la copertina e si chiamava “Il mito del consumatore verde”, ritrovate l’intero articolo (QUI). Il tema era proprio il falso mito per cui il consumatore viene indotto ad agire per risolvere problemi molto grandi con le sue azioni, spostando l’attenzione dalle responsabilità delle aziende realmente impattanti e dalle politiche dei governi. Cito l’articolo, “per un cambiamento strutturale serve l’intervento politico”, mentre l’idea più diffusa oggi è che valga più il tuo carrello della tua scheda elettorale.

In conclusione, la visione di questi documentari è stata molto utile ma sono certa che, dopo il primo momento di attivazione-sconforto, essa abbia avuto senso solo se inserita all’interno di una ricerca personale, arricchita da letture, film e qualunque altro stimolo, unita ad un attento e sempre attivo confronto con la realtà, che si trasforma poi nelle mie azioni quotidiane di tutti i giorni, misurate sulla base delle possibilità che offre la mia città, il mio stato, il mio portafogli ecc… Dopo di che, il mio pensiero più grande è andato alla politica e a come attivamente il mio voto possa far sì che i governi si occupino di queste problematiche agendo concretamente sulle aziende che detengono veramente il potere di cambiare il futuro e legiferando in maniera seria e responsabile.

L’invito a me stessa è di non semplificare, ovviamente, ma di aggiungere, abbracciare quella domanda in maniera complessa e sul lungo termine. Questo soprattutto per evitare una vita di colpi al cuore, risposta alle armi di qualunque battaglia, in favore invece di una quotidianità fatta di scelte ponderate, valutate e poi abbracciate con la consapevolezza che ognuno di noi si crea e si realizza attraverso il proprio ragionamento critico e attraverso, ancora una volta, la partecipazione.

Oscar 2021 – La maratona!

La prima cerimonia degli Oscar post pandemia è in arrivo, 93esima edizione, 25 Aprile 2021. Vorrei impegnarmi a vedere tutto quello che riesco fino a quel giorno e darne un parere immediato e meno approfondito di un articolo. Segnerò man mano qui i film che ho visto e che vedrò (li metto in grassetto); per aiutare, quest’anno Netflix ha creato una pagina apposta con tutte le candidature! Let’s do it!

QUI Il Post, oggi 20.04, ha fatto un po’ di previsioni sulle ipotetiche vittorie!

La notte degli Oscar si è conclusa, i premi sono stati assegnati (e li ho segnati tutti qui sotto), continuerò a guardare alcuni film che mi mancano e che mi interessano e a modificare questa pagina.

Miglior film
The Father
Judas and the Black Messiah
Mank-> Film tecnicamente ben fatto, con molte cit di “Quarto potere” di Orson Welles, caposaldo della cinematografia occidentale e sceneggiato appunto da Herman J. Mankiewicz
(MANK), protagonista del film. Lo approfondiscono molto bene quelli di Ricciotto QUI. Consiglio di vedere prima Quarto potere per una completezza del quadro generale. Nel libro “Steve Jobs non abita più” qui invece Michele Masneri in due capitoli racconta la visita al Castello degli Hearst , la tenuta (Xanadu) del protagonista di Quarto Potere (Kane), famiglia che oggi come allora detiene un forte monopolio dell’informazione mondiale con circa venti testate giornalistiche e più di trenta canali televisivi.
Minari -> Film davvero notevole, il mio Oscar personale va a lui!
🏆 Nomadland-> Ha ricevuto moltissime candidature, film molto particolare, lento, riflessivo anche con le inquadrature, immagini e panorami liberatori, soprattutto in pandemia! Il film è ispirato al libro, “Nomadland. Un racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder, che vorrei leggere.
Una donna promettente
Sound of Metal
-> Lo sceneggiatore è Derek Cianfrance, regista di The place beyond the pines in Italia tradotto con il titolo “Come un tuono“, film del 2012.
Il processo ai Chicago 7 -> Storia interessantissima di un processo di un passato recente (1968). Ormai scaduti i cinquant’anni dagli avvenimenti degli anni ’60 iniziano ad essere raccontati dettagliatamente fatti e avvenimenti storici di cui poco si sapeva. Bello! Ha moltissime nomination tra l’altro!

Miglior regia
Thomas Vinterberg, Un altro giro
David Fincher, Mank
Lee Isac Chung, Minari
🏆 Chloe Zhao, Nomadland -> First of all: regista donna (!!), con questo film ha già vinto Il Leone d’Oro alla 77esima ed. del Festival del cinema di Venezia e il Golden Globe per Miglior film drammatico e Miglior regista. Da vedere anche suo: Songs My Brothers Taught Me
Emerald Fennel, Una donna promettente

Miglior attrice protagonista
Viola Davis, Ma Rainey’s Black Bottom
Andra Day, The United States vs. Billie Holiday
Vanessa Kirby, Pieces of a Woman-> Senza dubbio brava in questa parte un po’ drammatica ma l’ho amata molto di più in “The Crown”. Tra l’altro lei ha recitato anche in Everest, film del quale parlo nell’articolo sulla natura.
🏆 Frances McDormand, Nomadland -> Lei è una bomba, per info di gossip è sposata con uno dei fratelli Coen (Joel), e se volete conoscerla c’è una puntata di Morgana di Michela Murgia che parla di lei! La trovate QUI!
Carey Mulligan, Una donna promettente

Miglior attore protagonista
Riz Ahmed, Sound of Metal
Chadwick Boseman, Ma Rainey’s Black Bottom
🏆 Anthony Hopkins, The Father
Gary Oldman, Mank-> Che dire? Sempre bravissimo, si meriterebbe il premio senza dubbio. Io l’ho amato di più in “L’ora più buia”, film del 2018 in cui ha interpretato Churchill, ma è pura opinione personale, anche se comunque in quel ruolo ha vinto l’Oscar.
Steven Yeun, Minari

Migliore attrice non protagonista
Maria Bakalova, Borat – Seguito di film cinema
Glenn Close, Elegia americana -> Film davvero emozionale, lei fortissima, ma anche Amy Adams secondo me! Il libro da cui è tratto il film, di J.D. Vance, in Italia è edito da Garzanti. É nella mia lista! Allego link che mi hanno segnalato di un articolo di critica molto interessante e molto contrario a questa pellicola! QUI. É stato accusato di essere un prodotto costruito ad hoc per gli Oscar e con una morale discutibile, io personalmente ci ho visto molto di più della storielle del sogno americano, ma ognuno si faccia la propria idea.

Olivia Colman, The Father
Amanda Seyfried, Mank
🏆 Yuh-Jung Youn, Minari – Performance degna di nota, non conoscevo l’attrice prima ma mi piacerebbe vedere altro.

Miglior attore non protagonista
Sacha Baron Cohen, Il processo ai Chicago 7

🏆 Daniel Kaluuya, Judas and the Black Messiah
Leslie Odom, Jr., Quella notte a Miami…
Paul Raci, Sound of Metal
Lakeith Stanfield, Judas and the Black Messiah

Miglior film in lingua non inglese
🏆 Un altro giro, Danimarca
Better Days, Hong Kong
Collective, Romania
The Man Who Sold His Skin, Tunisia
Quo Vadis, Aida?, Bosnia ed Erzegovina

Miglior fotografia
Judas and the Black Messiah
🏆 Mank
Notizie dal mondo
Nomadland
Il processo ai Chicago 7

Miglior sceneggiatura originale
Judas and the Black Messiah
Minari
🏆 Una donna promettente
Sound of Metal
Il processo ai Chicago 7

Miglior sceneggiatura non originale
Borat – Seguito di film cinema
🏆 The Father
Nomadland
Quella notte a Miami…
La tigre bianca

Miglior film di animazione
Onward
Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria
Shaun, vita da pecora: Farmageddon
🏆 Soul-> Mi è piaciuto molto, sia la resa che il tema affrontato! I creatori sono Pete Docter (realizzatore tra gli altri di Monsters & Co. e UP! sempre per la Pixar) et Kemp Powers Consigliatissimo! Ne parlano nel podcast Ricciotto in modo iper approfondito QUI
Wolfwalkers – Il popolo dei lupi

Miglior documentario
Collective
Crip Camp – Disabilità rivoluzionarie
The Mole Agent
🏆 My Octopus Teacher – Il mio amico in fondo al mare
Time

Miglior cortometraggio documentario
🏆 Colette
A Concerto Is A Conversation
Do Not Split
Hunger Ward
A Love Song for Latasha

Miglior cortometraggio animato
Burrow
Genius Loci
🏆 Se succede qualcosa, vi voglio bene – Molto toccante, tratta del grande problema delle stragi nelle scuole americane.
Opera

Yes-People

Miglior cortometraggio
Feeling Through
The Letter Room
The Present
🏆 Two Distant Strangers
White Eye

Migliore colonna sonora
Da 5 Bloods – Come fratelli
Mank
Minari
Notizie dal mondo
🏆 Soul

Migliore canzone originale
🏆 “Fight for You” – Judas and the Black Messiah
“Hear My Voice – Il processo ai Chicago 7 -> Brano di Celeste, bellissima voce! Sostengo di più la Pausini per ora, vedremo le altre!
“Husavik” – Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga
“Io sì (Seen)” – La vita davanti a sé -> Laurona Pausini ha già vinto il Golden Globe con questa canzone, a me piace molto, sia per il testo sia per la musica!
“Speak Now” – Quella notte a Miami…


Migliori effetti speciali (“visual effects”)
Love and Monsters
The Midnight Sky-> Forse davvero solo per gli effetti speciali, ma c’è George Clooney che vaga in mezzo all’Artico con una bambina e una moto da neve, film un po’ butta su (termine tecnico!). Da sottolineare però importantissima presenza di rumori bianchi rilassanti durante tutto il film, mejo che alla spa!
Mulan
L’unico e insuperabile Ivan
🏆 Tenet-> Che dire? Altro trip, altra corsa di Nolan! Quì si è cacciato un viaggione incredibile sul tempo, come suo solito! Da vedere sempre come regista, anche se in sala capisci la metà delle sue elucubrazioni!

Migliori trucco e acconciature
Emma
Elegia americana-> Non so se fosse il trucco ma Amy Adams irriconoscibile! Bravissimi!
🏆 Ma Rainey’s Black Bottom
Mank
Pinocchio

Migliore scenografia
The Father
Ma Rainey’s Black Bottom
🏆 Mank
Notizie dal mondo
Tenet

Migliori costumi
Emma
🏆 Ma Rainey’s Black Bottom
Mank
Mulan
Pinocchio

Miglior montaggio
The Father
Nomadland
Una donna promettente
🏆 Sound of Metal
Il processo ai Chicago 7

Miglior sonoro
Greyhound – Il nemico invisibile
Mank
Notizie dal mondo
🏆 Soul
Sound of Metal

Andai nei boschi

Quest’estate ho scelto di trascorrere due mesi in montagna, completamente circondata dalla natura, ed è stata insieme un’esperienza spettacolare e difficile. Di base l’idea di ritirarsi in un luogo appartato lontano da tutto e da tutti si cuce perfettamente su di me, la casa dove sono cresciuta si trova su una collina, ma questa volta ho voluto tentare di più. Vivere in montagna ha lati di fascino, come il verde che si affaccia alla tua finestra ogni mattina, il silenzio e la solitudine, e lati più difficili come la distanza dalla città, la mancanza di luoghi di ritrovo, i grandi spazi aperti ma le poche persone con cui condividerli, a volte la noia. In questo clima di ritiro ho scelto, un po’ per caso e un po’ no, di interessarmi a un filone di film che mi affascinava: quelli che trattano storie vere di sopravvivenza dell’uomo a contatto con la natura. La natura come l’ho vissuta io è sempre stata un’esperienza controllata, anche nelle situazioni più critiche. Anni di scoutismo mi hanno insegnato a trovare soluzioni e a organizzarmi in luoghi selvaggi per massimo 15 giorni, ma sempre con una sicurezza alla base che non mi ha mai fatta trovare in situazioni di estremo bisogno o emergenza.

Tra i vari film che ho visto ne segnalo quattro, non tanto per la resa cinematografica quanto invece per la veridicità dei fatti come primo elemento e per la ricchezza di spunti e riflessioni che mi hanno mosso. Eccoli di seguito:

  • (1) Jungle di Greg McLean, 2017
  • (2) 127 ore di Danny Boyle (regista di Trainspotting),
  • (3) Alive di Frank Marshall (producer tra gli altri di Back to the Future e The Colour Purple), 1993
  • (4) Everest di Baltasar Kormákur, 2015

In senso generale penso che ognuno di questi film sia accomunato dalla sfida, ricercata o subita, che l’uomo attiva con la natura nel momento in cui vi si trova immerso. Il desiderio di scoperta e la volontà di dominare l’elemento naturale da sempre lo spingono ad avvicinarsi a territori inesplorati e così la sua capacità di adattamento, unita al forte spirito di sopravvivenza, fa scaturire, nei grandi momenti di crisi, energie e soluzioni impensate.

Ciascuno degli eroi che sono protagonisti di queste pellicole è mosso da domande, scelte e motivazioni differenti e non solo, all’interno degli stessi gruppi di persone, le identiche situazioni non sono affrontate in egual modo e questo moltiplica i punti di vista e allarga la riflessione.

La prima pellicola (1) parla di tre ragazzi che, durante un viaggio attraverso l’America Latina, si inoltrano nella Foresta Amazzonica incantati dalla promessa di luoghi inesplorati e spinti dall’idea di una sfida romantica con la natura. Il protagonista, Yossi Ghinsberg, è pervaso da un ideale fantasioso del luogo selvaggio, forgiato dalla letteratura e alimentato dalla ricerca di risposte “lontano dalla società”; questo sentimento di attrazione verso un ignoto che crede di poter facilmente dominare e di più, da cui poter trarre un insegnamento è la motivazione che lo muove, la necessità dell’eroe. Un simile scenario si trova anche in un altro episodio cinematografico firmato da Sean Penn, “Into the wild”, visione completata dal libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”, opere che rivelano l’avventura di Christopher McCandless nei territori sconfinati dell’Alaska. Anche Chris così come Yossi è spinto da una visione letteraria della natura, dato anche il livello di attrezzatura veramente povero con cui entrambi decidono di affrontarla. Per i due eroi la spinta romantica, e così la mancanza di preparazione, si impongono come spartiacque tra la vita e la morte. In questo modo la carenza di conoscenza del territorio e di un adeguato equipaggiamento spogliano l’ideale dalla sua patina edulcorata e fanno emergere la spietatezza della realtà.

Yossi Ghinsberg trascorre 21 giorni da solo nella natura.

Il protagonista della seconda storia (2) è Aron Ralston, un ragazzo che per hobby ama arrampicarsi nei canyon, correre e infilarsi in passaggi angusti e sentieri naturali scavati nella roccia. Aron non è spinto da un’idea romantica, per quanto si evince dalla storia, ma di sicuro ha una forte propensione verso il mettersi alla prova fisicamente e spingersi al limite. In una delle sue giornate di arrampicata e corsa nei canyon, inavvertitamente scivola su un masso di 300 kg che gli cade poi addosso incastrandogli il braccio. La pellicola ripercorre dettagliatamente tutte le fasi che si attivano nel corso di questa estrema emergenza nella mente del protagonista, di come il suo spirito di sopravvivenza tenda alla ricerca di differenti soluzioni per risolvere la prova che la natura gli ha imposto. Di questa storia vera si conservano ancora i filmati originali che il ragazzo ha girato durante le ore dentro al canyon con la sua cinepresa.

127 ore trascorse da Aron Ralston da solo nella natura.

Il terzo film (3) analizza un ulteriore spaccato di avventura tramite quello che è stato uno dei più celebri incidenti degli Anni Settanta. Un aereo, con a bordo una squadra di rugby ed alcuni parenti e amici, si schianta sulle Ande e i suoi passeggeri si ritrovano a far fronte all’enorme sfida della sopravvivenza. Muniti delle poche provviste rimaste (un sorso di vino versato in un tappo di deodorante, un assaggio di marmellata per pranzo e un quadratino di cioccolato per cena) si ritrovano completamente immersi nella neve avendo come unico rifugio la carcassa dell’aereo, tranciata a metà dopo la caduta. La circostanza è del tutto fortuita, in nessun modo ricercata ma comunque assolutamente provante in termini di sopravvivenza. L’ingegno umano si attiva immediatamente nell’istituire una divisione dei ruoli e nel riuscire a trarre soluzioni ideali con i soli strumenti in possesso. La lotta alla sopravvivenza pone anche di fronte a questioni di natura etica di non poco conto: una volta finite le scorte, i protagonisti si interrogheranno sul cibarsi o meno dei propri compagni già deceduti ma conservati dalla neve e dal ghiaccio.

Due mesi e mezzo trascorsi sulle Ande (13 ottobre – 23/24 dicembre).

L’ultimo film (4) di questa lista racconta una storia per niente casuale, che vede protagonisti persone esperte, assolutamente preparate e abituate a quello che la natura può riservare. La storia parla di una scalata sull’Everest, guidata da Rob Hall che da anni organizza esperienze commerciali per esperti ma non per forza professionisti. Quello che emerge in maniera forte da questo episodio è l’assoluta preparazione, la conoscenza del territorio, del percorso e delle circostanze da parte dell’uomo che ha alle spalle un’equipe solida e preparata, con un controllo attento di ogni possibile imprevisto. Nonostante questo, emerge l’idea di una rigida legge, quella naturale, che governa senza sconti. Gli orari, la preparazione, l’ossigeno di scorta, l’indugiare anche solo mezzora in più rappresentano le variabili che possono consentire all’uomo di dominare o di essere dominato. Nel gruppo di scalatori che saliranno quel giorno è presente anche Jon Krakauer che scriverà su questa avventura l’articolo “Aria sottile”, divenuto poi libro.

Rob Hall rimane 24 ore a pochi metri dalla cima dell’Everest.

Per concludere cito “Walden – Vita nei boschi” di Thoreau, libro che ho trovato davvero ricco di spunti per la maniera in cui ha sviscerato il tema del ritorno dell’uomo alla natura. Continuerò comunque ad essere alla ricerca di film o libri sull’argomento, di sicuro ci sono altri esempi nascosti da qualche parte ma per ora è tutto! Passo e chiudo!

Fellini chi?

Rimini è la città in cui sono nata ed è tutto tranne che una città colta o dotta, posso dire però che è una cittadina onesta, molto vera; le sue vie sono ancora intrise di piccoli riti e tradizioni che tutti i suoi abitanti amano più di qualunque altra cosa al mondo. In questa provincia romagnola, se per caso scendendo dal colle di Covignano e arrivando in centro, attraversi una tra le vie più conosciute, Via Covignano appunto, fermi qualcuno per strada e domandi “Ma tu di Federico Fellini cosa sai precisamente?” ho l’impressione che pochi saprebbero bene cosa rispondere e da questo vorrei partire, da quello che tutti sanno di Federico Fellini, e cioè che è nato a Rimini, che ha scritto e diretto un film chiamato Amarcord e che è conosciuto e osannato soprattutto all’estero come un regista di grandissimo successo. E fino a poco a tempo fa era tutto quello che sapevo anche io.

Fellini è nato vicino a casa di mia nonna, nel 1920 in Via Dardanelli 60, la residenza è andata poi parzialmente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Poche vie più in là, oltre casa della nonna e il faro, c’è il mare, e il porto, e una sola via più avanti c’è il Grand Hotel che il regista ha tanto celebrato nelle sue pellicole. Quindi, molto probabilmente Federico, oltre ad andare al mare a piedi e in centro in bici, arrivava pure a scuola in brevissimo tempo, facendo quella stessa strada che mille volte ho ripercorso uscita dal liceo per andare da mia nonna a mangiare i pizzoccheri (perché è valtellinese e non romagnola). Entrambi abbiamo frequentato lo stesso liceo, il Classico Giulio Cesare, con gli stessi professori esigenti, anche parecchi anni dopo, in quelle aule che rimbombavano di verbi greci, proprio come nei suoi film.

In pratica lui ed io, e così moltissimi riminesi, abbiamo in comune tanto, ma il fatto è che nessuno conosce veramente Federico Fellini, e mi sono chiesta in questi giorni: ma perché non conosciamo i suoi film o spesso non li abbiamo capiti?

Mio babbo, riminese doc, mi dice di averli visti tutti, “alcuni sono belli, ma altri sono un po’ difficili”. “E poi Fellini ha sempre avuto un rapporto strano con Rimini”. Questo è vero, il regista a vent’anni si trasferisce a Roma, città di origine della mamma, e da lì inizia la sua carriera prima come fumettista, poi come assistente alla regia e il resto. Nonostante il tributo-non tributo di Amarcord alla città, il regista ha sempre avuto una relazione di distacco con la provinciale Rimini, e anche in questo mi ritrovo a condividere in parte la sua visione, seppur più di cinquant’anni dopo. Rimini è una città che lasci andare perché ti sta stretta, perché la sera d’inverno si è sempre tutti in Piazza alla Pigna e d’estate al bagnino di famiglia e quando cresci un po’ e vuoi vedere altro, inizi a soffrire quella ripetizione del rito di paese che però è ciò a cui torni con la nostalgia, col ricordo, così come Fellini ha fatto sempre ma senza tornare mai indietro veramente, abbandonando per sempre a vent’anni con quel treno la cara amata e odiata città romagnola.

Mi piacerebbe tanto poter parlare di tutta la sua produzione con uno sguardo globale ma non penso che dilungarmi troppo sia una buona idea, prima di tutto perché si possono trovare sinossi dei suoi film, con anche recensioni bellissime, online; in secondo luogo credo che dare un punto di partenza e capire “come prenderlo” possa valere più di tante analisi (soprattutto fatte da me).

Quindi, da dove prendere Fellini? Da dove cominciare? Fellini inizia disegnando e questa cifra stilistica rimarrà presente anche nel suo cinema; il suo Libro dei sogni, che lui riempie nell’arco della sua vita, annotandosi e letteralmente schizzando sopra personaggi, pensieri e storie rocambolesche, è quanto di più terreno e umano ci possa essere come punto di partenza per conoscerlo. Donne e tette popolano questo assurdo fumetto a puntate che il regista ha lasciato in eredità alla città, all’Italia e al mondo; in mano a tutti lui lascia il suo sogno che è la sua cinematografia, come un bambino se dovesse pensare a che cosa lasciare in eredità. Tutto di lui risponde a una visione della vita godereccia e gioviale, dicono che mentisse sempre e che inventasse storie, non si sapeva mai quale fosse la verità e quale la finzione. Con il suo sguardo riempie lo schermo e gli occhi di gioco, di fiaba e sogno e li chiama a comporre quella semplicità di sguardo di cui lui per primo è intriso.

Da quale film partire quindi? Secondo me sempre e solo da Amarcord, per il semplice motivo che è il film che ti fa innamorare del regista e che ne coglie sia le origini, quindi dando una contestualizzazione alla sua giovinezza e così alla sua vita, e poi perché è un po’ considerato come un’apoteosi del suo linguaggio. Amarcord infatti è un film maturo, arriva nel 1973 dopo già vent’anni di attività del regista e, al contrario di quello che si può cogliere al primo sguardo, è una pellicola piena di significati che, sono sincera, nemmeno io avevo pienamente colto, inebriata dalle nebbie oniriche della poesia amarcordiana. Qui di seguito ho deciso di parlare di due sole pellicole del regista, che sono tra le prime della sua produzione, e sono I vitelloni e La strada.

I vitelloni, del 1953, racconta di quelli che trascinano la loro giovinezza molto più a lungo rispetto agli altri, rimanendo a casa con le madri e non concludendo scelte mature e definitive per la loro vita. Il quadro è molto delicato, perché quei ragazzi o chi burdlaz come si dice a Rimini, sono caratterizzati nelle azioni e nelle movenze proprio da quell’atteggiamento di indolenza che rende il film estremamente veritiero e intimo. Come un vero dramma all’italiana Sandra, una giovane ragazza, rimane incinta e Fausto, che ne è responsabile, è costretto a sposarla ma senza alcuna intenzione seria, dato  il suo reiterato desiderio di sedurre sempre ogni donna che gli capiti sotto mano. La compagnia dei vitelloni, formata inoltre da Alberto, Moraldo, Riccardo e Leopoldo rimane così solida e fare scelte mature diviene quasi simbolo di tradimento rispetto al gruppo. Solo un gesto disperato di Sandra farà rinsavire un po’ Fausto dalle sue irresponsabilità ma non si può sapere se cambierà veramente qualcosa in lui. Chi invece fa una scelta di coraggio è solo Moraldo, che all’alba, abbandona la città per sempre su un treno diretto a Roma. Ricorda qualcosa? Nota: Fellini inserirà spesso nei suoi film personaggi che, anche solo per una scelta o una situazione, riprenderanno esperienze autobiografiche, è interessante capire quali siano e dove li abbia inseriti. Film completo su Youtube.

La strada, del 1954, è un film sulla ricerca e sul girovagare, Zampanò è un artista di strada al quale la giovane Gelsomina (interpretata da Giulietta Masina, moglie di Fellini) viene venduta iniziando a girare con lui per l’Italia. Il mettersi in viaggio è il tema, la vita dura che si incontra sulla strada e anche ciò che può lasciare a chi la intraprende segnandolo radicalmente. I due viaggiano con un calesse coperto nel quale tengono i loro poveri strumenti e costumi di scena e dentro il quale dormono. Il fatto che la loro casa sia questa e che l’ avventura e le esperienze li portino a vivere insieme ogni momento fa sì che si crei tra loro un inevitabile rapporto, differente da entrambe le parti che paiono così diverse ed estranee soprattutto nella comunicazione. Tra le sequenze che mi hanno colpita di più c’è quella dell’arrivo al convento, l’incontro con la suora e la musica improvvisata sul momento per farle sentire come Gelsomina sa suonare bene la tromba. Gelsomina attraversa con la sua visione di bambina un mondo duro e cerca di affrontarlo ma questo non le darà ciò che sogna, la tenerezza del suo amato-odiato artista. Nota: Il circo è un tema ricorrente per Fellini e lo sarà sempre, lo si ritroverà in moltissime altre pellicole, anche a carriera più avanzata. Film completo su Youtube

Iphone 6 (maggio giugno 2017) 737

Piazza Cavour fotografata da me una sera, di ritorno dalla biblioteca (2017); è la piazza che in Amarcord contiene una fontana circolare con sopra una grande pigna e sulla quale sotto la neve si appoggia un pavone. In realtà Fellini fece ricostruire Rimini a Cinecittà attribuendole le caratteristiche grazie ad alcuni luoghi e monumenti mitici

Alcuni consigli:

Lettura: Per conoscere meglio i registi e anche altri artisti solitamente mi piace leggere le loro interviste, ultimamente ne ho letta una di Giovanni Grazzini, diventata libro riedito da il Saggiatore nel 2019, si chiama Federico Fellini: Sul cinema.

Mostre: Fellini 100. Genio immortale è la mostra curata da Marco Bertozzi e Anna Villari, organizzata a Rimini al Castello Malatesta, purtroppo attualmente sospesa a causa della quarantena.

Film: Dopo aver visto il film più rappresentativo di un autore è interessante ripercorrere tutta la sua opera e per farlo io scelgo sempre l’ordine cronologico, così da seguire insieme a lui anche le evoluzioni e le fasi della sua carriera, è un’accortezza che riserva molte soddisfazioni. Ecco l’elenco completo dei lungometraggi di Fellini:

  1. Lo sceicco bianco (1952)
  2. I vitelloni (1953)
  3. La strada (1954)
  4. Il bidone (1955)
  5. Le notti di Cabiria (1957)
  6. La dolce vita (1960)
  7.  (1963)
  8. Giulietta degli spiriti (1965)
  9. Fellini Satyricon (1969)
  10. Roma (1972)
  11. Amarcord (1973)
  12. Il Casanova di Federico Fellini (1976)
  13. Prova d’orchestra (1979)
  14. La città delle donne (1980)
  15. E la nave va (1983)
  16. Ginger e Fred (1986)
  17. La voce della Luna (1990)