Andai nei boschi

Quest’estate ho scelto di trascorrere due mesi in montagna, completamente circondata dalla natura, ed è stata insieme un’esperienza spettacolare e difficile. Di base l’idea di ritirarsi in un luogo appartato lontano da tutto e da tutti si cuce perfettamente su di me, la casa dove sono cresciuta si trova su una collina, ma questa volta ho voluto tentare di più. Vivere in montagna ha lati di fascino, come il verde che si affaccia alla tua finestra ogni mattina, il silenzio e la solitudine, e lati più difficili come la distanza dalla città, la mancanza di luoghi di ritrovo, i grandi spazi aperti ma le poche persone con cui condividerli, a volte la noia. In questo clima di ritiro ho scelto, un po’ per caso e un po’ no, di interessarmi a un filone di film che mi affascinava: quelli che trattano storie vere di sopravvivenza dell’uomo a contatto con la natura. La natura come l’ho vissuta io è sempre stata un’esperienza controllata, anche nelle situazioni più critiche. Anni di scoutismo mi hanno insegnato a trovare soluzioni e a organizzarmi in luoghi selvaggi per massimo 15 giorni, ma sempre con una sicurezza alla base che non mi ha mai fatta trovare in situazioni di estremo bisogno o emergenza.

Tra i vari film che ho visto ne segnalo quattro, non tanto per la resa cinematografica quanto invece per la veridicità dei fatti come primo elemento e per la ricchezza di spunti e riflessioni che mi hanno mosso. Eccoli di seguito:

  • (1) Jungle di Greg McLean, 2017
  • (2) 127 ore di Danny Boyle (regista di Trainspotting),
  • (3) Alive di Frank Marshall (producer tra gli altri di Back to the Future e The Colour Purple), 1993
  • (4) Everest di Baltasar Kormákur, 2015

In senso generale penso che ognuno di questi film sia accomunato dalla sfida, ricercata o subita, che l’uomo attiva con la natura nel momento in cui vi si trova immerso. Il desiderio di scoperta e la volontà di dominare l’elemento naturale da sempre lo spingono ad avvicinarsi a territori inesplorati e così la sua capacità di adattamento, unita al forte spirito di sopravvivenza, fa scaturire, nei grandi momenti di crisi, energie e soluzioni impensate.

Ciascuno degli eroi che sono protagonisti di queste pellicole è mosso da domande, scelte e motivazioni differenti e non solo, all’interno degli stessi gruppi di persone, le identiche situazioni non sono affrontate in egual modo e questo moltiplica i punti di vista e allarga la riflessione.

La prima pellicola (1) parla di tre ragazzi che, durante un viaggio attraverso l’America Latina, si inoltrano nella Foresta Amazzonica incantati dalla promessa di luoghi inesplorati e spinti dall’idea di una sfida romantica con la natura. Il protagonista, Yossi Ghinsberg, è pervaso da un ideale fantasioso del luogo selvaggio, forgiato dalla letteratura e alimentato dalla ricerca di risposte “lontano dalla società”; questo sentimento di attrazione verso un ignoto che crede di poter facilmente dominare e di più, da cui poter trarre un insegnamento è la motivazione che lo muove, la necessità dell’eroe. Un simile scenario si trova anche in un altro episodio cinematografico firmato da Sean Penn, “Into the wild”, visione completata dal libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”, opere che rivelano l’avventura di Christopher McCandless nei territori sconfinati dell’Alaska. Anche Chris così come Yossi è spinto da una visione letteraria della natura, dato anche il livello di attrezzatura veramente povero con cui entrambi decidono di affrontarla. Per i due eroi la spinta romantica, e così la mancanza di preparazione, si impongono come spartiacque tra la vita e la morte. In questo modo la carenza di conoscenza del territorio e di un adeguato equipaggiamento spogliano l’ideale dalla sua patina edulcorata e fanno emergere la spietatezza della realtà.

Yossi Ghinsberg trascorre 21 giorni da solo nella natura.

Il protagonista della seconda storia (2) è Aron Ralston, un ragazzo che per hobby ama arrampicarsi nei canyon, correre e infilarsi in passaggi angusti e sentieri naturali scavati nella roccia. Aron non è spinto da un’idea romantica, per quanto si evince dalla storia, ma di sicuro ha una forte propensione verso il mettersi alla prova fisicamente e spingersi al limite. In una delle sue giornate di arrampicata e corsa nei canyon, inavvertitamente scivola su un masso di 300 kg che gli cade poi addosso incastrandogli il braccio. La pellicola ripercorre dettagliatamente tutte le fasi che si attivano nel corso di questa estrema emergenza nella mente del protagonista, di come il suo spirito di sopravvivenza tenda alla ricerca di differenti soluzioni per risolvere la prova che la natura gli ha imposto. Di questa storia vera si conservano ancora i filmati originali che il ragazzo ha girato durante le ore dentro al canyon con la sua cinepresa.

127 ore trascorse da Aron Ralston da solo nella natura.

Il terzo film (3) analizza un ulteriore spaccato di avventura tramite quello che è stato uno dei più celebri incidenti degli Anni Settanta. Un aereo, con a bordo una squadra di rugby ed alcuni parenti e amici, si schianta sulle Ande e i suoi passeggeri si ritrovano a far fronte all’enorme sfida della sopravvivenza. Muniti delle poche provviste rimaste (un sorso di vino versato in un tappo di deodorante, un assaggio di marmellata per pranzo e un quadratino di cioccolato per cena) si ritrovano completamente immersi nella neve avendo come unico rifugio la carcassa dell’aereo, tranciata a metà dopo la caduta. La circostanza è del tutto fortuita, in nessun modo ricercata ma comunque assolutamente provante in termini di sopravvivenza. L’ingegno umano si attiva immediatamente nell’istituire una divisione dei ruoli e nel riuscire a trarre soluzioni ideali con i soli strumenti in possesso. La lotta alla sopravvivenza pone anche di fronte a questioni di natura etica di non poco conto: una volta finite le scorte, i protagonisti si interrogheranno sul cibarsi o meno dei propri compagni già deceduti ma conservati dalla neve e dal ghiaccio.

Due mesi e mezzo trascorsi sulle Ande (13 ottobre – 23/24 dicembre).

L’ultimo film (4) di questa lista racconta una storia per niente casuale, che vede protagonisti persone esperte, assolutamente preparate e abituate a quello che la natura può riservare. La storia parla di una scalata sull’Everest, guidata da Rob Hall che da anni organizza esperienze commerciali per esperti ma non per forza professionisti. Quello che emerge in maniera forte da questo episodio è l’assoluta preparazione, la conoscenza del territorio, del percorso e delle circostanze da parte dell’uomo che ha alle spalle un’equipe solida e preparata, con un controllo attento di ogni possibile imprevisto. Nonostante questo, emerge l’idea di una rigida legge, quella naturale, che governa senza sconti. Gli orari, la preparazione, l’ossigeno di scorta, l’indugiare anche solo mezzora in più rappresentano le variabili che possono consentire all’uomo di dominare o di essere dominato. Nel gruppo di scalatori che saliranno quel giorno è presente anche Jon Krakauer che scriverà su questa avventura l’articolo “Aria sottile”, divenuto poi libro.

Rob Hall rimane 24 ore a pochi metri dalla cima dell’Everest.

Per concludere cito “Walden – Vita nei boschi” di Thoreau, libro che ho trovato davvero ricco di spunti per la maniera in cui ha sviscerato il tema del ritorno dell’uomo alla natura. Continuerò comunque ad essere alla ricerca di film o libri sull’argomento, di sicuro ci sono altri esempi nascosti da qualche parte ma per ora è tutto! Passo e chiudo!

3 Comments

    1. Assolutamente sì, è stato un esercizio per godersi la lentezza e la semplicità della vita di montagna! Ovviamente ad un certo punto non è più vacanza ma diventa proprio una quotidianità diversa. È una grande opportunità per ritornare un po’ a se stessi!

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